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Il desiderio è il motore della realtà

Almeno una volta nella vita vi sarà capitato di leggere il libro di Lewis Carroll: “Alice nel paese delle meraviglie”, oppure avrete sicuramente visto il film oppure più semplicemente l’avrete “sentito da qualche parte”

Il libro racconta di una ragazza di nome Alice che cade attraverso una tana di coniglio in un mondo fantastico popolato da strane creature antropomorfe. Il racconto gioca con la logica, dando alla storia una popolarità duratura sia negli adulti che nei bambini. Il suo corso narrativo, struttura, personaggi e immagini sono stati enormemente influenti sia nella cultura popolare che nella letteratura, specialmente nel genere fantasy.


Ma non è soltanto questo. In quel mondo fantastico c’è molto, molto di più che non è per nulla estraneo alla natura dell’uomo, anzi: ciò che vi è nascosto è il motore principale della realtà.


Il viaggio di Alice inizia nella tana del Bianco Coniglio: nascosta nella dimensione confusa e precaria, dove tutto può essere reale, l’immaginazione esercita un potere assoluto, influenza e condiziona le percezioni sensoriali. La convinzione d’appartenere al tempo e allo spazio va via via sgretolandosi. Si piomba nella dimensione del sogno e, attendendo il magico accesso nel giardino oltre la serratura, la memoria è ormai dimenticata.


La lucidità dapprima atterrisce, quindi corrode, infine impone quasi d’essere rifiutata. Niente è ciò che sembra: la logica è stata sbaragliata su ogni fronte.


“Il Bianco Coniglio cavò dalla tasca del panciotto un orologio.” Ecco l’errore del sistema per sedurre, per affascinare e per imprigionare la mente nel nuovo, fantastico mondo: il paese delle meraviglie, in cui l’assurdo può essere vero, come reale sarà anche il consiglio di un bruco saccente.


Il Bianco Coniglio, animali che nuotano in un pozzo di lacrime, il Gatto d’ Angora.


La Lepre Marzolina, il Cappellaio Matto, le Rose e le Carte sprigionano luminosità e vivacità; ogni visitatore cambia forma, aspetto e neanche il suo essere rimane immutato.


Si è proiettati nel regno del nonsense, del paradosso, del grottesco.


È il Reverendo Charles Ludwige Dogson, conosciuto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, che ha illuminato di dolcezza e fantasia la caduta della mente nella tana del Bianco Coniglio.


Alice si divincola dalle catene del metodo, delle consuetudini e della conoscenza: dimostra di poter credere a tutto quel che incontra. “Le erano già accadute tante cose straordinarie che ormai tutto le pareva possibile.”


Un libro con figure e dialoghi, così come piace ad Alice. Un tuffo in un mondo dominato dalla fantasia: è la sterminata e incontaminata essenza del sogno, spogliatasi della realtà conosciuta.


Fonte: https://www.appuntimania.com/umanistiche/letteratura-italiano/alice-nel-paese-delle-meravigl65.php#_ftn3


Facciamo come se tu fossi Alice. Che cosa ti succede?


Vedi il Bianconiglio. Il Bianconiglio è il richiamo per andare nel Paese delle Meraviglie.


Perfetto servitore dei potenti (la Duchessa e il Re) con orologio e panciotto, la prima cosa che Alice gli sente bofonchiare è “E’ tardi, è tardi!!”


Il tempo è un’ossessione borghese, ma forse, ancora prima che borghese, civile. La civiltà nasce quando l’uomo inizia a coltivare i campi, e per coltivare i campi deve sapere misurare il tempo. Il tempo è fondamentale per gestire i rituali delle società complesse. Ora come ora, il mondo gira secondo ritmi frenetici, ma portare i segni del tempo sul corpo è tabù.


Il tempo tornerà alla ribalta nella vicenda del “Tè dei Matti” in cui la Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto cercano di oliare un orologio con il burro, e poi lo tuffano nel tè come se fosse un biscottino. “Credo che se tu conoscessi il tempo come lo conosco io, non diresti esso, ma diresti egli.” , dice il Cappellaio.


E poi ancora ”Ti basterebbe essere in buoni rapporti con l’orologio per ottenere da lui tutto quello che vuoi”. Nonostante tutti i tentativi umani di imbrigliarlo, il Cappellaio sa benissimo che il tempo è quanto di più lontano da un’oggettività misurabile. Prima ancora di Virginia Woolf e Marcel Proust.


Che cosa vede, Alice, sul limitare della soglia, ovvero durante la caduta nel buco? Cartine geografiche, che assieme al tempo evocato dal Bianconiglio danno l’altra coordinata a priori del mondo, ovvero lo spazio. E poi cose allettanti, come la marmellata d’arance.


Cose da desiderare.


Poi Alice vede una serie di porte, tutte chiuse, e una chiave d’oro, che però è fuori misura per aprire le porte. Le porte sono tutte troppo grandi, come grandi e indefiniti sono i sogni dell’infanzia. Bisogna trovare una porta alla propria portata.


Alice vede che dietro la sua porta c’è un giardino bellissimo, e desidera ardentemente andarci, ma non può, perché il passaggio è troppo stretto.


Il desiderio è il motore che spinge all’azione. Ma la facoltà di poter agire non è immediata. All’inizio passa la testa, ovvero l’intenzione, ma non il corpo, cioè la realtà fisica.


Per realizzare il desiderio il primo passo è quello più semplice, cedere alle tentazioni, fare quello che è facile fare, quello che ci viene suggerito. Quando vede la bottiglia con la scritta “Bevimi” Alice pensa al veleno, a tutti “quei bambini che si sono bruciati perché non hanno voluto rispettare le regole che ti hanno fatto imparare i tuoi amici” La pozione inebriante contiene sapori infiniti, buoni per tutti i palati.


La controcultura hippy ha visto nella bottiglietta e nel fungo facili metafore di sostanze psicotrope. In effetti, le cose che alterano le percezioni della propria grandezza sono anche le passioni sensuali, tutti gli impulsi desideranti che portano alla dipendenza, come la brama di denaro oppure lo shopping compulsivo.


A Wonderland ci sono i momenti di vuoto, in cui non succede nulla di straordinario, ed Alice si inalbera per tutta quella normalità e noia. Ma bisogna sapere aspettare.


Ci sono anche gli errori madornali, come dimenticarsi la chiave per entrare nel giardino proprio nel momento in cui si è della misura giusta. I momenti di depressione, in cui inizia a nuotare a rana nella pozza delle proprie lacrime. In questi momenti Alice perde il contatto con il proprio corpo, crescendo fino a non vedersi i piedi.


Per uscirne inizia ad identificarsi ipoteticamente con delle sue amiche, ma nessuna delle identità prese a prestito la soddisfa:


“Allora, chi sono io? Prima ditemi questo, e poi se mi va di essere quella persona, risalirò, se no me ne starò quaggiù finchè non sarò qualcun altro”


Nella propria piscina di lacrime Alice incontra una serie di animaletti terremotati, e inizia a fare i primi, disastrosi tentativi di comunicazione.


Alice è molto brava a dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato, parla di gatti coi topi, e dell’abilità venatoria della sua gatta Dinah con gli uccelli.


Alice rimane da sola perché sbaglia la scelta degli argomenti, ma tutti quanti sembrano maestri di fraintendimento, ovvero di capire “l’otto per il diciotto”. Con il Bruco, Alice dirà una filastrocca, che uscirà dalla sua bocca completamente diversa da come avrebbe voluto.


La prima cosa che gli interlocutori di Alice le fanno notare è che si arrabbia troppo facilmente, e che non deve mai perdere le staffe. È la stessa cosa che le dice il Brucaliffo. Di pessimo umore, chiede in modo sprezzante le generalità ad Alice. Le insegna i modi di crescere e rimpicciolirsi, ironizza sul suo sentirsi cambiata. Dopo averlo incontrato, Alice pensa che le creature di Wonderland dovrebbero essere meno suscettibili. Tutto il romanzo riguarda la comunicazione, i suoi paradossi, il controllo dell’ira e le regole sociali.


Alice ha problemi di definizione della propria misura ed identità, che portano a scambi di persona e fraintendimenti, come succede con il piccione convinto che Alice sia un serpente.


Molti personaggi mettono in discussione la sua conoscenza, il Brucaliffo, il Cappellaio Matto, il Grifone e la Falsa Tartaruga. Tutte le impostazioni della sua educazione non hanno nessun valore in Wonderland, un po’ come capita a tutti nel Mondo Reale.


Molte situazioni si riferiscono alle strategie del desiderio e agli errori comuni che si commettono nel cercare di realizzarli. Spinta dalla passione del momento, Alice si invaghisce di posti e situazioni, in cui vorrebbe inserirsi.


Devi proprio entrare?”, le chiede la rana imparruccata sulla soglia della casa della Duchessa. La Lepre e il Cappellaio cercano di farle intendere che il loro party esclusivo è al completo, anche se non c’è nessuno. E poi le spiegano che “Vedo ciò che mangio” e “Mangio ciò che vedo” non è affatto la stessa cosa, un po’ come “Mi piace ciò che mi danno” e “Mi danno ciò che mi piace”.


Lo Stregatto, invece, il personaggio più anarcoide di tutti gli abitanti di Wonderland, le insegna che per andare via da un posto o una situazione bisogna sapere dove si vuole arrivare.


Quando poi Alice riesce a realizzare il suo desiderio più grande, ed entrare nel giardino ameno, scopre che quello in realtà è il campo giochi della Regina, dove si gioca a croquet (Antico gioco di palla in auge prima in Francia e poi in Gran Bretagna. Consiste nel colpire una sfera di legno con apposita mazza, cercando, con il minor numero di colpi, di farla passare attraverso degli archetti per compiere un percorso prestabilito e infine toccare una meta) con ricci e fenicotteri.


Una partita difficilissima, convulsa, basata su regole inesistenti, che la può portare da un momento a quell’altro ad un conflitto con l’autorità. Non appena Alice arriva nel posto in cui aveva sempre desiderato di essere, già vuole svignarsela.


Nel giardino della Regina, ovvero in società, Alice ritrova vecchi personaggi, che qua si comportano in modo diametralmente opposto che nel privato.


Il Bianconiglio, autoritario ed aggressivo con i servi della sua casa, a corte è nervoso, sottomesso, e sorride in continuazione. La Duchessa, isterica e violenta nella sua quotidianità, tratta Alice giovialmente come se fosse la sua migliore amica.


Lo scambio di battute fra di loro, a prima vista blando, è in realtà velenoso, e rivela tutta l’ipocrisia sociale.


Alice è disgustata dalla fisicità della Duchessa, che trova bruttissima, dal suo modo di fare insinuante, dalla sua invadenza. La Duchessa sentenzia che i simili si accompagnano con i simili, dipingendo una società bestiale in cui prevale la logica del branco, che sia di lupi o di pecore.


La sua morale sta tutta nel conformismo e nel motto “MORS TUA, VITA MEA”.


La Duchessa è ruffiana ed untuosa, e le piace compiacere il suo interlocutore anche quando dice palesemente il falso. Odia le persone che pensano, e quando Alice rivendica che ha il diritto di pensare, la Duchessa risponde che è “Un diritto simile a quello che hanno i maiali di volare”. Capisce con istinto da animale di corte quando Alice pensa male di lei, senza che apra bocca.


Il rapporto con l’autorità si declina tramite l’apparenza. “Sii ciò che vorresti apparire.”, sentenzia la duchessa.


Nella Quadriglia delle Aragoste, tutti i pesci del mare sono ansiosi di superarsi uno con l’altro.


Il Processo cripta e descrive simbolicamente un’altra dinamica sociale, quella del giudizio, e tutte le sue declinazioni.


Pressati dalle figure di potere, gli amici si tradiscono a vicenda, come capita al Cappellaio e alla Lepre Marzolina. Assistendo al Processo, Alice inizia a crescere, ma le fanno notare che non può farlo lì.

Vogliono allontanarla dall’aula, facendo riferimento ad un codicillo, la regola 42, la più importante di tutte. Ma Alice obietta che se è la più importante deve essere la numero uno, e che se la sono inventata sul momento.


In questo modo, mostrandone l’inconsistenza e la contraddittorietà, Alice infrange le regole. Soprattutto quando sbugiarda la natura fasulla di Wonderland, chiamando le cose col proprio nome. “Che me ne importa di voi? Siete solo un mazzo di carte!” questa è la parola magica che rompe il patto dell’artificio e restaura il principio di realtà”.


Fonte: http://www.kainowska.com/sito/alice-in-wonderland-___-are-you-experienced/


Alice suggerisce un’altra strada da percorrere


L’itinerario che segue Alice, così come viene suggerito da Gilles Deleuze, è molto preciso. Vi è una prima parte (cap. I-III) dedicata alle profondità (si pensi che il titolo iniziale dell’opera era Le avventure di Alice nel sottosuolo) in cui Alice è immersa in un mondo di rovesci; persino lo stesso processo della crescita diventa un paradossale e incontrollabile disarticolarsi tra il grande e il piccolo.


Tutto ciò finisce per ripercuotersi sul concetto stesso che Alice ha della propria identità (“«Ma allora» pensava la povera Alice «non mi servirebbe a niente fingere di essere due persone. Di me è rimasto tanto poco, che basta appena a fare una sola persona che si rispetti!»”


Vi è poi una seconda parte (cap. IV-VII) in cui si osserva qualche cambiamento. Anche qui Alice cresce e rimpicciolisce, ma la sua crescita non è più finalizzata ad alcun obiettivo da raggiungere (una chiave da prendere o una porta da aprire). Tutto comincia ad essere riunito in una sola direzione:

“Se prima la crescita-decrescita si sviluppava lungo i poli definiti dal bere-mangiare, ora è solo il fungo che determina questo continuo crescere-decrescere”.


È questa la chiave di lettura che bisogna usare per episodi come quello in cui Alice parla col Gatto d’Angora (cap. VI) quando si trova ad un bivio e deve scegliere che strada intraprendere.


Il Gatto dice ad Alice che da una parte abita il Cappellaio e dall’altra la Lepre Marzolina; e non ha importanza a chi Alice decida di far visita, se alla Lepre o al Cappellaio, tanto “sono pazzi tutti e due”.


E l’essere pazzi, come evento che li accomuna, glieli farà trovare nello stesso luogo, disposti attorno ad una tavola rettangolare.


Tale è “la simultaneità del divenire” : “la non distinzione delle due direzioni” , è come se Alice stesse andando a destrasinistra quando decide di raggiungere la Lepre Marzolina.


Sembra, inoltre, che per Alice non sia più così strano trovarsi al cospetto degli eventi puri: se nella prima parte era spaventata dal suo continuo crescere-decrescere, ora non si meraviglia più di tanto se il Gatto scompare e riappare continuamente.


È il sogghigno senza gatto il vero evento: il mero evento svuotato dalla dimensione fisica di profondità. “Un gatto senza riso, si capisce, ma un riso senza Gatto! No davvero, non ho mai visto nulla di più straordinario in vita mia.”


È solo nell’ultima parte (cap. VIII-XII) che il Gatto diventa un suo amico. D’altronde tutti gli animali che popolano il paese delle meraviglie sono, ora, solo strumenti di gioco inoffensivi (i fenicotteri con cui Alice gioca a palla dalla Regina) e fra gli abitanti del giardino i più numerosi sono “carte senza spessore, figure piane”.


Alice si eleva al di sopra di tali figure, è in grado di rilevare lo stato delle cose senza modificazione alcuna: rileva, cioè, l’evento puro. Ha finalmente guadagnato la superficie degli eventi.


“In tutta l’opera di Carroll si tratta degli eventi nella loro differenza con gli esseri, le cose e gli stati di cose.” Il soggetto sfugge al presente, dilaniandosi tra futuro e passato, percorrendo il limite superficiale dell’evento.


La chiave è l’evento.


Alice dunque non cresce né rimpicciolisce, ma è un continuo divenire. In Alice, il Bianconiglio riposa beato mentre nel giardino della Duchessa i vari animaletti litigano e giocano. L’evento è quella cosa che si vive fino in fondo, non ancorato al concetto di tempo giacché “si vive una volta sola e per sempre, per un breve istante”. Entra qui in gioco il tempo degli stoici, “l’Aiòn” ossia, appunto, quel continuo divenire che forma la realtà.


La formula é: “nell’individuo la moltitudine” e non “nella moltitudine l’individuo”.


Come quando la mattina ti guardi allo specchio, vedrai nello specchio tutte le cose e non potrai far altro che tornare allo specchio. Questa è la sola storia della conoscenza. Chi afferma di dire la propria non sa di essere parlato a sua volta da chissà quale intrigo di significanti, e non sa che la parola non appartiene all’essere parlante. Così la verità che s’erge sempre presuntuosa e petulante viene ridimensionata nella sua infinità; non esiste la verità per il solo fatto che ci è dato soltanto nel delirio del linguaggio nominare le cose e non conoscerle.


Il desiderio è il motore principale della realtà.


Qui di seguito vi lascio con la trascrizione della lezione di Gilles Deleuze da “L’Abécédaire de Gilles Deleuze”. Questo è un programma televisivo prodotto e girato nel 1988 da Pierre-André Boutang, il quale montò insieme circa otto ore di conversazioni tra il filosofo francese e Claire Parnet. Andò in onda per la prima volta sul canale Arte nel 1996, dopo il suicidio di Deleuze.


(…) Non esiste concetto filosofico che non rimandi a determinazioni non filosofiche. È qualcosa di molto semplice, di estremamente concreto.


[Io e Guattari, a proposito dell’Anti-Edipo]volevamo dire la cosa più semplice del mondo: finora si è parlato di desiderio in modo astratto perché è stato isolato un oggetto che si suppone essere l’oggetto del desiderio, e allora si può dire “desidero una donna, desidero partire in viaggio, desidero questo o quello…”.


E noi dicevamo una cosa davvero semplice: voi non desiderate mai davvero qualcuno o qualcosa. Voi desiderate sempre un insieme. Non è complicato. E noi ponevamo una questione: qual è la natura dei rapporti tra gli elementi perché ci sia desiderio, perché diventino desiderabili?


Io non desidero una donna… Quasi mi vergogno a dire certe cose… Proust l’ha detto e in modo bello: io non desidero una donna, io desidero anche il “paesaggio” che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco, e finché non ho sviluppato questo paesaggio che l’avviluppa io non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto. Qui prendo ad esempio un insieme a due termini: la donna e il paesaggio, ma è ben altro.


Quando una donna dice “desidero un vestito, desidero questo o quel vestito, quella camicetta…”, è evidente che non li desidera in astratto. Li desidera nel proprio contesto, nel proprio contesto di vita per come lei lo organizza.


Li desidera non solo in relazione ad un “paesaggio”, ma a delle persone, che possono essere suoi amici o meno, o alla sua professione, ecc. Non si desidera mai qualcosa di isolato. Per di più, non desidero neanche un insieme, desidero in un insieme. (…) In altre parole, non c’è desiderio che non scorra – proprio così: che non scorra in un concatenamento.


Dunque, per me il desiderio è sempre stato… Se cerco il termine astratto corrispondente a desiderio, è costruttivismo. Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme. L’insieme formato da una gonna, un raggio di sole, una strada… il concatenamento di una donna, di un paesaggio, di un colore. Ecco cos’è il desiderio. E costruire un concatenamento, significa costruire una regione; significa davvero concatenare. (…) Il concatenamento è un fenomeno fisico, è come una differenza. Perchè accada qualsiasi evento c’è bisogno di una differenza di potenziale e ci vogliono due livelli, bisogna essere in due, allora accade qualcosa.


Un lampo o un ruscelletto, e siamo nel dominio del desiderio. Un desiderio è costruire. Tutti noi passiamo il tempo a costruire. Per me quando qualcuno dice “desidero la tal cosa”, significa che sta costruendo un concatenamento. Il desiderio non è nient’altro. (…)


Io e Félix nutrivamo un’ostilità, volevamo reagire contro le concezioni dominanti del desiderio, le concezioni psicoanalitiche. Dovevamo elaborare una concezione costruttiva e costruttivista del desiderio.


Gli psicoanalisti parlano di desiderio proprio come se fossero dei preti.


Gli psicoanalisti sono preti. Ne parlano come di un grande lamento della castrazione. La castrazione è peggio del peccato originale, è una specie di spaventosa maledizione sul desiderio. Cosa abbiamo cercato di fare con l’Anti-Edipo? Vi sono tre punti di opposizione diretta alla psicoanalisi. Tre punti su cui, né io né Félix, abbiamo niente da aggiungere.


Crediamo che l’inconscio non sia un teatro, un luogo dove Edipo e Amleto recitano perennemente la loro parte. Non è un teatro, bensì una fabbrica; è una produzione. L’inconscio produce. Funziona come una fabbrica ed è l’esatto contrario della visione psicoanalitica dell’inconscio come teatro dove si recita all’infinito il ruolo di Amleto o Edipo.


Il secondo tema è il delirio, strettamente legato al desiderio, poiché desiderare è, in un certo modo, delirare. Se si prende un qualsiasi delirio, lo si guarda, lo si ascolta da vicino, ci si accorge che non ha niente a che vedere con ciò che pensa la psicoanalisi; non si delira sul padre o la madre, ma su tutt’altro.


Il delirio – è il suo segreto – concerne il mondo intero. Si delira sulla storia, la geografia, le tribù, il deserto, i popoli, le razze, il clima… Su questo si delira. Il mondo del delirio è: “sono una bestia, sono un negro” (Rimbaud). “Dove sono le mie tribù, come disporle, come sopravvivere nel deserto”, ecc.


Il delirio è geografico-politico, mentre la psicoanalisi lo riconduce ogni volta a determinazioni familiari. Su questo, io posso dire, anche dopo tanti anni di distanza dall’Anti-Edipo, che la psicanalisi non ha mai capito niente sul fenomeno del delirio. Si delira il mondo, non la propria famiglia. (…)


Il terzo punto è che il desiderio si stabilisce sempre in un concatenamento e costruisce sempre dei concatenamenti, mette sempre in gioco più fattori. E la psicanalisi insiste nel riportarlo ad un solo fattore, sempre lo stesso: il padre, la madre, il fallo, ecc., ignorando completamente il molteplice, il costruttivismo, i concatenamenti. Per fare degli esempi… parlavamo prima degli animali. Per la psicoanalisi, l’animale è un’immagine del padre. Il cavallo è l’immagine del padre. Ci prendono per scemi.


Penso all’esempio del piccolo Hans, un bambino di cui si è occupato Freud. Egli assiste, in strada, alla caduta di un cavallo e al barrocciaio che lo frusta. Il cavallo stramazza, scalcia… Prima dell’avvento dell’automobile, era uno spettacolo frequente per strada e doveva essere impressionante per un ragazzo: il vedere per la prima volta un cavallo stramazzare in strada e un cocchiere mezzo ubriaco prenderlo a frustate per farlo rialzare. Doveva essere un’emozione… Era l’emergere della strada, la scoperta della strada, la strada come evento, anche cruento. Poi sentiamo parlare gli psicanalisti, con l’immagine del padre, ecc. Ma è il loro cervello che non funziona… Il desiderio concerne un cavallo che cade, che viene frustato, un cavallo che muore per strada, ecc. È un concatenamento, un concatenamento fantastico per un ragazzino. È assolutamente sconvolgente. Per fare un altro esempio. Si parlava dell’animale. Cos’è un animale?


Non c’è un solo animale, a rappresentare il padre. Gli animali stanno generalmente in una muta, sono una muta. C’è un caso che mi piace molto, in un testo che adoro, di Jung, che ha rotto con Freud dopo una lunga collaborazione. Jung racconta a Freud di aver fatto un sogno, di aver sognato un ossario e Freud non capisce assolutamente niente e gli ripete in continuazione che se ha sognato un osso ciò significa la morte di qualcuno. Jung insiste, dice che non parla del sogno di un osso, ma di un ossario. Freud non capisce, non coglie la differenza tra un osso e un ossario. Un ossario sono 100, 1000, 10.000 ossa. È una molteplicità, è un concatenamento; cammino in un ossario: cosa vuol dire? Dove passa il desiderio? Il concatenamento è sempre collettivo. Collettivo, costruttivismo, ecc., questo è il desiderio. Dove passa il mio desiderio? Fra queste migliaia di crani, di ossa… dove passa il mio desiderio nella muta? Qual è la mia posizione nella muta? Sono al di fuori, all’interno, accanto, al centro della muta? Sono tutti fenomeni di desiderio, sono il desiderio. (…) Si può dire che il delirio delira sulle razze, le tribù, i popoli, la storia, la geografia… A me sembra che [io e Félix] siamo stati del tutto conformi al ’68, cioè abbiamo portato un po’ d’aria pulita dove tutto era rinchiuso nei deliri pseudo-familiari.


La gente ha capito cos’era questo delirio. Se mi metto a delirare, non è certo per farlo sulla mia infanzia o su qualche faccenda privata. Il delirio è cosmico. Si delira sulla fine del mondo, sulle particelle, sugli elettroni, non certo su papà e mamma. (…) [i controsensi dell’esperienza di Vincennes] consistevano in due cose, due casi che poi si riducono allo stesso: c’erano quelli che pensavano che il desiderio fosse lo spontaneismo e altri che pensavano che il desiderio fosse “far festa”.


Per noi non era né l’uno né l’altro, ma non aveva una grande importanza, perché c’erano comunque dei concatenamenti che si formavano.


Anche i matti… ce ne erano tanti e di tutti i tipi… Faceva parte di ciò che stava accadendo allora a Vincennes. Ma i matti avevano la loro disciplina, facevano i loro discorsi, i loro interventi. Entravano anch’essi in un concatenamento, avevano il proprio concatenamento. Vi era una specie di astuzia, di comprensione, di grande benevolenza per i matti.


In pratica, si formavano e si scioglievano dei concatenamenti, e teoricamente il controsenso stava nel ridurre il desiderio alla spontaneità o al “far festa”. Ma non era questo. La “filosofia del desiderio” consisteva unicamente nel dire alla gente: non andate a farvi psicoanalizzare, non interpretate mai, sperimentate concatenamenti, cercate quelli che più vi si addicono.


Allora che cos’è un concatenamento? Per me, e Félix non la pensava diversamente, c’erano quattro componenti del concatenamento, ma il numero preciso non conta. Un concatenamento rimandava a stati di cose diversi: ciascuno trovi lo stato di cose che gli conviene (…) Altra dimensione dei concatenamenti: gli enunciati, alcuni tipi di enunciato. Ognuno ha il suo stile, il suo modo di parlare. Nel bar per esempio ci sono degli amici, c’è un modo di parlare con loro… parlo del bar, ma vale per qualsiasi altra cosa… Dunque un concatenamento implica stati di cose ed enunciati, stili di enunciazione.


È una cosa molto interessante. La storia è l’effetto di ciò. Quando appare un nuovo tipo di enunciato? Per esempio, nella rivoluzione russa, gli enunciati di tipo leninista, quando appaiono? Come? In che forma? Quando sono apparsi i primi enunciati del ’68? È molto complesso. Insomma, ogni concatenamento implica degli stili di enunciazione e, in più, dei territori. Ognuno ha il suo territorio. Anche in una stanza si sceglie il proprio territorio. Quando entro in una stanza che non conosco, cerco il territorio, cioè il posto dove mi sento più a mio agio.


E poi ci sono dei processi che dobbiamo chiamare di deterritorializzazione, cioè il modo in cui si esce dal territorio.


Direi che un concatenamento comprende queste quattro dimensioni: stati di cose, enunciazioni, territori, movimenti di deterritorializzazione.


E lì scorre il desiderio.


Fonte: https://carminemangone.com/2013/08/05/gilles-deleuze-desiderio-abecedaire/


D’altronde, citando Lèon Bloy, il paradosso è “un telescopio per gli astri e un microscopio per i corpi minimi”


Qui di seguito vengono riepilogate le fonti citate:


https://www.appuntimania.com/umanistiche/letteratura-italiano/alice-nel-paese-delle-meravigl65.php

http://www.kainowska.com/sito/alice-in-wonderland-___-are-you-experienced/

Gilles Deleuze, “D come desiderio” (concatenamenti, psicoanalisi, ecc.)

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